
Il geniale scienziato americano Benjamin Franklin, nella sua infinita saggezza aveva capito che “In questo mondo non vi è nulla di sicuro, tranne la morte e le tasse”. Tralasciando il primo motivo, ineluttabile, restano le tasse, non solo altrettanto inevitabili, ma forse l’invenzione umana più trasformista che ci sia, pronta ad ogni nuovo giro di giostra a cambiare pelle.
Uno degli esempi più freschi e illuminanti arriva dal Regno Unito, dove la rivoluzione elettrica procede spedita. Una notizia confortante, che premia anni di investimenti e campagne di sensibilizzazione verso l’ambiente, sempre più fragile.
Ma nessuno, accidenti, aveva pensato ad un risvolto: è diventata così spedita, la transizione, da aver acceso una spia rossa nelle stanze del Tesoro: se sempre più automobilisti abbandonano benzina e diesel, chi riempirà le casse svuotate dalle accise?
La risposta di Londra è semplice, lineare e – per molti versi – irritante: semplice, è ora far pagare anche le auto elettriche. Non alla pompa, certo, ma al contachilometri.
Succede così che il balzello più odiato dagli automobilisti europei, le accise sui carburanti, trovi una sorta di reincarnazione green. Cambia il mezzo, ma non la filosofia: se guidi paghi, anche se non inquini. Punto a capo.
Le accise non sono mai state verdi
Prima di indignarsi conviene chiarire un dettaglio spesso raccontato male: le accise non hanno mai colpito “chi inquina di più”. Due auto diversissime – una vecchia berlina euro zero e una city car moderna – pagano la stessa tassa per ogni litro di carburante. Non conta quanto sporchi l’aria, ma quanto consumi. Tradotto: più chilometri fai, più versi allo Stato.
Il governo britannico ha semplicemente traslocato il principio nel mondo elettrico: se le auto a batteria non fanno rifornimento, bisogna trovare un altro modo per tassarne l’uso. Ed ecco l’idea: una tassa basata sui chilometri percorsi.
Quanto costa guidare elettrico nel Regno Unito
La misura entrerà nella legge di bilancio ma scatterà non prima della primavera 2028, però le cifre sono già sul tavolo: 3 penny per miglio (più o meno 3,4 centesimi di euro) per le auto elettriche e 1,5 per le ibride plug-in.
In pratica, un automobilista che percorre circa 19.000 km all’anno potrebbe arrivare a pagare tra i 250 e i 400 euro solo per questa nuova imposta. Meno di quanto versa oggi in accise un guidatore medio che viaggia a benzina, ma abbastanza da infastidire.
La giustificazione: “le strade si consumano anche senza emissioni”
Rachel Reeves, cancelliera dello Scacchiere, ha messo il sigillo politico all’operazione con un argomento difficilmente contestabile: tutte le auto, elettriche comprese, consumano l’asfalto. Per questo, dice il governo, è giusto tassare “quanto si guida” e non “cosa si guida”. I proventi finiranno nel fondo per la manutenzione stradale, che l’esecutivo Starmer promette di raddoppiare entro fine legislatura.
Il problema si contorce un po’ quando si scopre che, mentre la mano destra tassa, la sinistra sovvenziona. Per evitare che il mercato delle elettriche si raffreddi, Londra ha infatti stanziato oltre 2 miliardi di sterline tra incentivi all’acquisto e potenziamento delle colonnine di ricarica. Il risultato è una cervellotica partita di giro che rischia di sterilizzare buona parte del beneficio fiscale della nuova tassa.
Il paradosso dei conti (e del mercato)
Secondo le stime ufficiali, ampiamente riprese dai feroci tabloid inglesi, il balzello potrebbe fruttare circa 1,1 miliardi di sterline nel biennio 2028-29, arrivando a quasi 2 miliardi nei primi anni Trenta. Ma gli stessi tecnici del governo ammettono che la tassa potrebbe rallentare la diffusione delle auto elettriche, con fino a 440mila immatricolazioni in meno entro il 2031 rispetto alle previsioni.
Un capitombolo classico della politica: tassare ciò che si vuole incentivare, per poi doverlo incentivare di nuovo. Un po’ come il detto siciliano: “Mamma Ciccio mi tocca”, “Ciccio toccami che mamma non vede”.
Come si paga (e perché fa discutere)
Scartata l’idea di tassare l’energia – troppo complicato distinguere tra ricariche domestiche e pubbliche – Londra pensa a un sistema basato sull’autodichiarazione dei chilometri percorsi, con eventuali conguagli a fine anno. Qualcuno propone il GPS di bordo, sul modello delle assicurazioni “pay per use”, ma qui entrano in gioco privacy, costi e una discreta dose di malumore politico.
Non è solo un problema britannico
Ma prima di mandare pernacchie verso il canale della Manica, è meglio tacere, perché il Regno Unito non è un’eccezione. In tutta Europa i governi fanno i conti con lo stesso problema: se cala il consumo di carburante, cala il gettito. In Italia si parla di quasi 40 miliardi di euro l’anno solo di accise, a cui aggiungere la sacrosantissima Iva.
Un tesoretto difficile da rimpiazzare.
Così, l’Islanda estende la tassa di possesso a tutto ciò che va su ruote, dai camion ai ciclomotori, senza distinzione alcuna tra termico ed elettrico, la Norvegia reintroduce l’Iva sulle elettriche, la Francia rispolvera le tasse di possesso, i Paesi Bassi rialzano la tassa di proprietà, e Germania e Svizzera studiano modelli “paghi quanto consumi”, applicati direttamente alla ricarica.
Tassare le elettriche è giusto?
La domanda resta aperta. Da un lato, è evidente che un sistema fiscale basato sui carburanti fossili non può più reggere in un mondo elettrico. Dall’altro, colpire proprio chi anticipa la transizione rischia di rallentarla.
Forse il vero nodo non è se tassare le auto elettriche, ma come farlo: con un sistema semplice, equo e coerente con gli obiettivi ambientali. Per ora, però, la sensazione è che, anche nell’era a zero emissioni, l’automobilista non sfuggirà mai ad una certezza tutta europea: cambiano i motori, non le tasse. Quelle non ce le toglie nessuno.















