domenica 24 Maggio 2026 - 17:25:09

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Il biodiesel all’ostrica

È dal 1853, anno in cui due scienziati di origine belga inventano il Biodiesel, biocombustibile ottenuto da fonti rinnovabili, che la storia si divide: sulla carta sembra la soluzione perfetta per eliminare la dipendenza dal petrolio, ma nella realtà è poco praticabile.

A conti fatti costa troppo e richiede quantità eccessive di terreni agricoli, e coltivare soia o colza per fare carburante invece di cibo ha più o meno il fascino di rubare la merenda ai bambini.

In pratica, dopo qualche fiammata di entusiasmo, il biodiesel è rimasto un’alternativa di nicchia, il parente povero delle energie rinnovabili.

Una promessa mancata

Eppure, negli anni Novanta, proprio il biodiesel sembrava sul punto di rivoluzionare i trasporti, ma anche allora si è scontrato con la realtà dei numeri: una filiera produttiva cara, una competizione con l’agricoltura alimentare sempre più insostenibile sul piano etico e politico e una diffusione rimasta simbolica.

In Europa, dove le politiche climatiche hanno spinto con forza verso le rinnovabili, il biodiesel copre ancora una frazione minima dei consumi di carburante.

La domanda, nel settore, rimane invariata da trent’anni: come si abbattono i costi senza distruggere altre risorse?

Dal fossato al laboratorio

Poi si arriva al 2026, quando un certo Bello Makama, chimico alla “Nicholls State University”, in Louisiana, guarda fuori dalla finestra. O meglio, guarda nel fossato davanti al laboratorio e quello che vede non è un problema paesaggistico: sono alghe a tonnellate che proliferano indisturbate nei “bayou”, le zone paludose del delta del Mississippi, insieme a montagne di gusci d’ostrica.

E come due indizi fanno una prova, due rifiuti, a volte, danno un’idea.

Il principio è assai semplice: le alghe contengono oli che si possono trasformare in biodiesel, mentre i gusci d’ostrica, ricchi di calcio, scaldati a temperature tra 800 e i 900 gradi, si convertono in ossido di calcio, un catalizzatore chimico efficacissimo, lo stesso che altrove si compra a caro prezzo.

Combinando i due ingredienti, il team ha messo a punto un processo che taglia i costi di produzione del biodiesel tra il 70 e l’85% rispetto ai metodi tradizionali. Non male per una ricetta che nasce da un canale e da una pescheria.

Vale la pena fermarsi un attimo sull’ambiente da cui inizia questa storia. La Louisiana meridionale non è esattamente il centro della ricerca tecnologica mondiale, anzi, è una regione di paludi, fiumi intrecciati, industria petrolifera e cucina Cajun, un posto dove le ostriche si mangiano crude sulle banchine dei porti e le alghe sono molto meno affascinanti.

Eppure è proprio lì, in un ambiente apparentemente improbabile, che qualcuno ha avuto l’intuizione di trasformare il problema degli scarti biologici costieri in un’opportunità industriale.

In fondo, c’è qualcosa di profondamente americano in questa storia, ovvero l’idea che le soluzioni migliori non vengano dai grandi laboratori patinati delle università d’élite, ma da chi si sporca le scarpe nei fossi.

La chimica degli scarti

Il processo, nella sua essenza, è quello classico della transesterificazione: l’olio estratto dalle alghe viene mescolato con metanolo e il catalizzatore, e sotto l’effetto del calore si separa in due prodotti, glicerina e biodiesel.

La novità sta tutta nel catalizzatore fai-da-te. I ricercatori hanno polverizzato i gusci d’ostrica, li hanno infornati ad alta temperatura e hanno ottenuto ossido di calcio puro, riutilizzabile e a costo quasi zero.

Il resto è chimica di base, quella che si insegna nelle università, e non a caso Makama ha coinvolto nel progetto anche i propri studenti, trasformando un esperimento di laboratorio in una dimostrazione pratica di economia circolare.

Per chi non fosse un chimico di professione: l’ossido di calcio è una di quelle sostanze che sembrano uscite da un manuale dell’Ottocento, la calce viva, in pratica, usata da secoli nell’edilizia e nell’agricoltura.

Trovarla all’interno di un guscio d’ostrica calcificato non è una scoperta, ma usarla come catalizzatore per la produzione di biodiesel da alghe locali, riducendo la dipendenza dai fornitori industriali, è un’applicazione tutt’altro che scontata.

Il bello della chimica, ogni tanto, è che le soluzioni più eleganti sono anche le più antiche.

I risultati presentati all’ACS Spring 2026, la conferenza primaverile dell’American Chemical Society, in scena qualche settimana fa ad Atlanta, hanno mostrato rendimenti promettenti. Il team sta ancora ottimizzando i parametri: concentrazione del catalizzatore, rapporto tra metanolo e olio, temperatura di calcinazione.

Le tecniche di caratterizzazione usate, come spettroscopia infrarossa, diffrazione dei raggi X e microscopia elettronica, confermano che il biodiesel ottenuto è composto dai giusti esteri metilici degli acidi grassi, ovvero la materia prima corretta.

Tradotto: il carburante è davvero carburante.

Il nodo del bilancio energetico

C’è però una domanda cruciale che penzola sulla testa prima di cantare vittoria: il bilancio energetico. Produrre il biodiesel consuma più energia di quanta ne generi dalla combustione? “È uno dei fattori che sta uccidendo il biodiesel”, ammette candidamente Makama, citando un collega della Louisiana State University.

Se si spende più di quanto si guadagna, il gioco non vale la candela, nemmeno se le candele sono fatte di alghe.

Questo è il punto dove molte tecnologie “verdi” sono naufragate silenziosamente negli anni. L’idrogeno verde, per esempio, ha incontrato esattamente lo stesso scoglio: produrlo con elettrolisi richiede una quantità di energia che spesso non si ripaga con quella che restituisce.

Il biodiesel da alghe potrebbe avere lo stesso problema oppure no, dipende solo da quanto costi far girare tutta la filiera, dall’essiccazione delle alghe alla calcinazione dei gusci, fino alla transesterificazione vera e propria.

I ricercatori non hanno ancora una risposta definitiva su questo, e l’onestà intellettuale con cui lo dichiarano pubblicamente in fondo è un segnale incoraggiante.

Un’idea globale con radici locali

Il fascino di questa ricerca sta anche nella scalabilità: le alghe crescono ovunque, dai canali della Louisiana ai corsi d’acqua del Sud-Est asiatico, passando per le coste europee e mediterranee. L’Adriatico, per dire, non è esattamente a corto di alghe, e chiunque abbia fatto una vacanza estiva in Romagna negli ultimi anni può confermarlo.

I gusci di molluschi si accumulano nei mercati ittici di mezzo mondo e non servono infrastrutture complesse né materie prime esotiche: basta guardare cosa si butta via.

“Dove viviamo, abbiamo tutte queste risorse rinnovabili che non vengono sfruttate”, osserva Samia Elashry, la ricercatrice che ha collaborato con Makama al progetto.

Prima di arrivare sulle strade, il biodiesel a base di ostrica dovrà superare i test degli standard internazionali ASTM, quelli che misurano qualità, infiammabilità e comportamento a basse temperature.

Il team sta già lavorando con un’azienda della Louisiana per questa fase, ma i tempi non saranno brevi, come sempre accade quando la scienza incontra il mercato e le regole.

Conclusioni (provvisorie)

Nessuno sa ancora se il biodiesel di alghe e ostriche diventerà mai un prodotto di massa. Forse rimarrà un esperimento brillante, o magari una risposta concreta alla crisi energetica.

Quello che è certo è che Makama e il suo team hanno dimostrato che a volte le migliori soluzioni si trovano nel fosso sotto il laboratorio, e l’economia circolare non è solo uno slogan ma una pratica concreta che inizia con la domanda più semplice: perché diavolo stiamo buttando via tutto questo?